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La rete di impresa e i diritti di proprietà industriale: un’introduzione (I parte)

Fonte: retipmi.it

Viviamo in una società globalizzata fondata sull’immagine e sulla comunicazione e, inevitabilmente, in un simile contesto i beni immateriali acquistano sempre maggiore importanza rispetto ai beni materiali, tradizionalmente ritenuti l’unica vera fonte della ricchezza.
Rientra ormai nell’esperienza comune constatare come un marchio ben riuscito e conosciuto costituisca spesso un eccellente strumento per agevolare la penetrazione commerciale dell’impresa che ne è titolare così come i laboratori di ricerca e sviluppo in grado di “sfornare” brevetti di sicura utilità possano dare all’azienda titolare un vantaggio competitivo che spesso risulta decisivo: e gli esempi potrebbero continuare praticamente all’infinito.

La legge consente, in linea generale ed in estrema sintesi, al soggetto che si dichiari autore di una determinata opera (proprietà intellettuale) ovvero inventore di un nuovo ritrovato (proprietà industriale) di sfruttare economicamente l’opera o l’invenzione.

Per quel che riguarda più da vicino la proprietà industriale, la protezione giuridica conferita al risultato dell’innovazione e della ricerca tecnica avviene attraverso lo strumento del brevetto per invenzione industriale. In estrema sintesi possiamo dire che il brevetto è un titolo idoneo ad attribuire al suo titolare il diritto esclusivo alla realizzazione, all’utilizzo e alla messa in commercio del bene oggetto di brevetto in regime di monopolio e per un periodo di circa venti anni; il brevetto serve a vietare a terzi di produrre, utilizzare, mettere in commercio, vendere o importare il bene oggetto di tutela.

Risulta quindi evidente come il tema della appropriazione e gestione dei diritti della proprietà immateriale, in primo luogo proprio quella di tipo industriale, acquisti sempre maggiore importanza anche nelle reti di impresa, soprattutto in considerazione del fatto che spesso le reti perseguono il proprio scopo principale, l’accrescimento della capacità innovativa e della competitività, proprio attraverso la creazione e/o gestione di un laboratorio di ricerca e sviluppo (R&S) comune.
Ma quali sono le situazioni che vengono più spesso in considerazione in una rete di impresa impegnata a fondo nella R&S ? E come organizzare la gestione dei diritti di proprietà immateriale all’interno della rete e assicurarne un equo sfruttamento tra tutti i retisti ?Prendiamo innanzitutto in considerazione l’ipotesi della rete – contratto che preveda quale parte importante del proprio programma comune lo svolgimento di una attività di laboratorio di R&S, avvertendo che analizzeremo altre ipotesi nei prossimi post.

La prima domanda da farsi è: a chi appartengono i risultati prodotti da tale attività di ricerca e sviluppo ? In altri termini, chi sarà il titolare del diritto di brevetto su tali risultati ? E ancora: come gestire il diritto di brevetto all’interno della rete ?

Riteniamo che la soluzione più coerente con il carattere collaborativo della rete di impresa sia costituita dalla contitolarità del brevetto ottenuto grazie al lavoro e ai risultati del laboratorio di ricerca della rete.

L’ipotesi più comune, in questo caso, dovrebbe essere quella dell’invenzione sviluppata in seguito ad un lavoro di equipe portato avanti da dipendenti delle varie imprese in rete, impegnati per contratto nell’attività di ricerca e gratificati da una speciale retribuzione costituente corrispettivo dell’attività inventiva. Quando sussistono queste due ultime condizioni, l’art. 64, comma primo, del D. Lgs. n. 30/2005 (Codice della proprietà industriale o C.p.i.) stabilisce che il diritto di sfruttamento economico delle invenzioni spetta al datore di lavoro, nel nostro caso congiuntamente alle imprese retiste di una rete contratto, mentre il diritto morale di paternità dell’invenzione rimane in capi ai singoli dipendenti.

Ci troviamo dunque di fronte ad una attribuzione congiunta di un diritto di proprietà industriale poiché le varie imprese in rete sono titolari congiuntamente del diritto di sfruttare economicamente l’invenzione. In questa situazione, trova di regola applicazione l’art. 6, primo comma, del predetto C.p.i., di seguito riportato: «Se un diritto di proprietà industriale appartiene a più soggetti, le facoltà relative sono regolate, salvo convenzioni in contrario, dalle disposizioni del codice civile relative alla comunione in quanto compatibili». In linea di massima si applicano, quindi, gli artt. 1100 e ss. del codice civile, in particolare l’art. 1101 dello stesso, in base al quale le quote dei partecipanti alla comunione si presumono uguali e il concorso dei partecipanti, tanto nei vantaggi come nei pesi della comunione, è in proporzione delle rispettive quote. Possiamo quindi rispondere anche all’ultima delle domande che ci siamo posti: se nel programma comune le imprese in rete non hanno specificato le quote spettanti ai singoli retisti, avremo una situazione di contitolarità dei diritti di brevetto all’interno della quale le quote dei partecipanti si presumono uguali: tutte le imprese in rete, quindi, o, quantomeno, tutte le imprese i cui dipendenti abbiano contribuito allo sviluppo e riconoscimento del brevetto, se così stabilito nel contratto di rete, beneficeranno in misura paritaria dei vantaggi commerciali dallo stesso arrecati all’attività della rete e nella stessa misura ne sopporteranno i costi di registrazione e di gestione. Detto questo, è bene avvertire immediatamente che i retisti possono decidere una distribuzione degli introiti e dei costi non paritaria, e ciò accade molto spesso, per esempio, allorquando uno o più soggetti abbiano un ruolo più importante di altri nel programma di ricerca e sviluppo, investendo quindi maggiori risorse: proprio per tale motivo è possibile prevedere nel contratto di rete che tale maggiore sforzo sia ricompensato con una quota proporzionalmente più elevata degli introiti.